Intervista tratta dal libro"Quelle dell'idea"
di Laura Mariani
…. Ai miei occhi la Resistenza ligure ha il volto di Marcellina Oriani che, costretta a lasciare Milano per ragioni di sicurezza, operò a Genova e a Savona. L'ho intervistata nell'autunno del '78 per Quelle dell'idea. Storie di detenute politiche 1927-1948 (Bari, 1982): ho potuto così ascoltare un racconto sulla Resistenza pieno di vivi sentimenti e non privo d'ironia, mentre venivano in primo piano alcuni dei problemi che più ci avrebbero fatto riflettere negli anni successivi: dal rapporto con le armi alla violenza sessuale, dal tema del corpo a quello dei suoi travestimenti. Questa la sua testimonianza.
Un giorno ho trovato Bosi, mi ha detto "Sai, dobbiamo mandarti via di qui, ormai sei bruciata". "Va bene. Mandatemi dove volete". Mi ha detto. "Vai al Mercato dei fiori, a Genova Brignole, alla stazione, vai con un "Corrierino dei Piccoli" e col "Corriere della Sera" troverai uno, ti chiamerà per nome. Anche lì, vai, uno in treno si può immaginare quello che provavo. E vado, cosa dovevo fare? Ma non era venuto all'appuntamento al mattino Scappini, però avevo un appuntamento di riserva. Ho gironzolato fino a quando mi si presenta un bell'uomo e mi dice: "Bene, ciao, sei Marcellina?" Ma io non sapevo il suo nome. Dice "Sono Giovanni" era il nome di battaglia. Mi ha portato a casa di una compagna ma qui non ho potuto stare tanto, perché questa parlava tanto, allora mi hanno cercato una casa. Loro non sapevano che lavoro darmi in mano, alla fine hanno deciso: "No, no, questa qui fa lavoro organizzativo, la affianchiamo a Marietta, che è Lina Berpi, una levatrice, così lei è di qui, mentre svolge il lavoro ….
Ho fatto un lavoro vastissimo, ho avuto tanti tanti contatti con tutta la Valpolcevera, Sampierdarena, Cornigliano, Voltri, Pegli, Quarto, Quinto, Bolzaneto. Tutti questi paesi della Valpolcevera li avevo collegati, avevo tutti i miei gruppi, un lavoro svolto bene. Quando io sono arrivata a essere la dirigente di questo movimento, io non ci pensavo, ma era esteso a tanti paesi, si vede che loro hanno visto l'attaccamento, hanno visto che m'aggiustavo nel parlare ma non sono stata una dirigente io.
Io ero impegnata dalla mattina alla sera, non avevo paura. Scendevo, quando avevo qualcosa in tasca con i tram che non erano ancora fermati, saltavo giù. Non so chi mi dava la forza, il coraggio di fare questo, lo facevo. Ci sono stata nove mesi, nove mesi non è un giorno e lì quanti particolari che sono successi. Io mi truccavo, mi tingevo che un giorno facevo la contadina, con in spalla una borsa, quelle reti a tracolla, un giorno ero elegante, mi truccavo col cappello, con i vestiti da due soldi. Ma mi chiamavano Scricciolo anche lì.
Si disarmavano i tedeschi, questo l'ho provato anch'io, anche se ognuna aveva poi il suo compito.
Si andava in due con le canne di bambù, che sembravano i pistolotti tedeschi. Tu andavi con un tedesco fingevi di amoreggiare, poi a un dato momento, puntavi la canna "In alto le mani!" E qui ci procuravamo le armi, gli facevamo sfilare il cinturone e dopo, con le loro armi puntate, li facevamo camminare. Altre volte andavamo nelle fabbriche di armi, come a Vado Ligure, nella valle che è sempre stata in mano ai partigiani. Io avevo il compito di selezionare le donne che secondo il mio parere andavano bene per un certo lavoro, sia per il lavoro della SAP, sia per i GAP e hanno formato queste tre brigate femminili. Ci sono state tante donne, da quelle che facevano da palo ai GAP a quelle che hanno fatto saltare i binari a Sampierdarena. E siccome nessuno voleva andare a lavorare in Germania, quando li prendevano e li portavano via sui camion, ho potuto vedere le donne a Cornigliano, in Valpolcevera, aggrapparsi al camion strappando via i figli dai tedeschi e dai fascisti e davano l'assalto dove c'erano patate e farina perché non avevano niente da mangiare.
Era un'epoca un po' disorientata, potevo entrare anche nelle fabbriche e parlare alle operaie, tramite queste donne. Allora i padroni cercavano di stare dietro le quinte …. Una volta sono stata pedinata, proprio il quei giorni che avevano pensato di mandarmi via e c'era con me Franco, un ragazzo che faceva il lavoro militare. Questo ragazzo ha detto "Elena, mi sembra che non va. Andiamo nella chiesa. Siamo andati in una chiesa e di questo qui non ho saputo più niente. Mi hanno detto: "Stai attenta perché non è venuto all'appuntamento di riserva". L'ho rivisto anni dopo e mi ha detto "Oh, Elena, quante botte che ho preso per te, so soltanto però che non sapevo chi eri tu". L'avevano portato giù per fucilarlo, erano in 16, hanno sparato a mitraglia. Solo che quando sono andati giù i nostri a prelevarli e seppellirli, mancava uno. Franco era sotto tutti questi, era insanguinato, è venuto su …
Hanno arrestato anche delle donne, perché quei mascalzoni non soltanto ci arrestavano, ma approfittavano anche. Potrei fare tanti nomi ma non so i nomi giusti: c'era la Tamara, la Gegia, che è morta, la Mariella, la Gianna con cui avevo più contatto, viveva sotto i portici, era toscana.
Poi hanno pensato di mandarmi a Savona anche perché c'è stato un contrattempo: un bel momento hanno detto che ero una spia, non so da dove è partita questa cosa, si vede dalla reazione che ha sparso la voce che la donna che dirigeva era una spia e che un giorni li avrebbe fatti arrestare tutti. Voleva dire perdere la fiducia, dopo che hai collegato diversi paesi e hai formato questi gruppi uno per uno.
…. Io le direttive le ho accettate perché, essere o non essere, se quelli che dirigevano trovavano giusto far così, io non mi sono mai rifiutata niente e sono partita. Sono arrivata a Savona e hanno portato via la compagna di lì, che era quasi bruciata dopo le fucilazioni.
Mi hanno messo in casa dei Fazio, due anziani, e c'era anche uno non sposato che aveva qualche anno più di me, ma nessuno mi dava 37 anni. Mi hanno portato sulle alture di Savona, vicino a una chiesetta, adesso c'è tutto cemento, tutte fabbriche. Questi erano dei fioristi, avevano in questa specie di casa il camino per far da mangiare, c'era il gas ma non adoperavano mai. Cucinavano dei broccoli con delle patate e dentro anche tutta l'acqua, un po' d'olio e si mangiava. Però mi volevano un gran bene.
Allora mi facevo chiamare Rina, perché Elena non si poteva più. Di tanto in tanto avevo i collegamenti con quelli di Genova. E lì ho riprovato a mettere insieme i fili dell'organizzazione perché era a terra. Lì c'era qualcuno che mi infastidiva, anche Bosi me l'aveva detto di diventare la sua compagna, ho detto no, ho detto "Io ho il meccanico che mi aspetta".
Il Chiesa l'avevo conosciuto perché un suo fratello ha sposato una sorella della Tagliabue e c'eravamo fidanzati quando era in carcere. Io ci mandavo sempre i saluti tramite il marito della Invernizzi, aveva preso dieci anni anche lui, era stato arrestato nel '36, il secondo gruppo che hanno arrestato a Cinisello. Ci siamo fidanzati, io gli ho detto: "Senti, io ho voluto bene a un uomo e poi non ho più fatto fidanzato, non so se mi innamorerò di un altro uomo. Proviamo. Poi ti premetto che sono molto nervosa, molto pignola, tante cose". Dal carcere io sono uscita nel '38, lui nel '40 e abbiamo amoreggiato fino al '43. Poi ha dovuto partire militare perché lui aveva preso dieci anni e noi eravamo esenti da tutte le cose pubbliche, ma si vede che hanno venduto la sua cartolina al distretto per prendere quattrini (…) Non sapevo se era vivo se era morto. Io sono vissuta fino a quando è venuto in Liguria a prendermi, sempre con l'ansia, avevo sempre la speranza. Sognavo, arriva un elicottero, c'è giù lui. Invece purtroppo non è stato così, fino a dopo l'insurrezione. E' venuto su con gli americani, a Pesaro si è fermato. Quando hanno liberato Pesaro è stato lui il primo a mettere la bandiera rossa (…)
Poi è venuta l'insurrezione. Genova è insorta due giorni prima, per uniformarsi hanno fatto il 25 aprile ma la Liguria è insorta il 23. Quella sera lì hanno telefonato "Guarda che incominciamo a sparare". Allora io ho cercato di avvisare tutti i miei gruppi, ho detto "tenetevi pronti" perché a Genova m'avevano dato l'ordine di fare un corso accelerato per infermiere. Dopo non so quante ore, se è passato un giorno, i nostri hanno occupato una parte di Savona. Dopo che hanno occupato tutti e lì allora abbiamo cominciato a preparare quello che si doveva preparare.
Mi ricordo a Savona, che quando sono venuti giù i nostri compagni, che dopo hanno avuto mezzi per girare la città … bisognava vedere fiori, ovazioni dappertutto, quando sono arrivati gli alleati una cosa morta, con le jeep, perché lì la popolazione aveva compreso che Savona era stata liberata dai partigiani e così nei paesi circostanti (…)
Il Chiesa è venuto il 13 maggio per prendermi (…) Me lo sono vista arrivare e poi baci, abbracci, e le donne che erano lì vicino s'erano anche un po' commosse, a un bel punto con 'sti garibaldini, sono sgattaiolati via tutti, m'hanno lasciata solo con Chiesa, m'ha sbaciucchiata, la prima parola che m'ha detto "Come se invecchiata!" e io ho detto "Sacrament, quest chi el me vor pù e io l'ho aspettato". E' stato un giorno lui, bisognava che tornasse a Milano. Chiesa è rimasto male che io non sono venuta a casa, ho detto "Io non posso tornare qualcuna mi deve sostituire" Sono stata lì e son ripartita il 28 maggio.
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